Spesso frammenti d’Italia s’illuminano e non sono stelle cadenti. Accade in qualche parte del mondo, all’improvviso, senza annunci clamorosi, senza troppi riflettori. Un lampo di genio che si porta dietro una scia di ammiratori stranieri. Ci guardano  meravigliati, i non italiani, e s’interrogano su questo nostro Paese così problematico eppure così geniale. E tutto questo succede mentre qui da noi in pochi si accorgono di questa luce, impegnati come sono a piangersi addosso e a sciorinare i dati di una crisi che più che lo spread sembra minacciare (e soprattutto oscurare) lo spirito di una nazione. A Betlemme, in quella parte della città dove si racconta c’erano una stalla, una mangiatoia e nacque un bambino poverissimo, oggi si eleva una delle basiliche più straordinarie del mondo: quella della Natività. Il tempo l’ha deturpata e allora i custodi di quel capolavoro hanno deciso di bandire una gara mondiale per il restauro. Quella gara è stata vinta da un’impresa italiana, la Piacenti spa, che ha battuto la concorrenza di aziende super hi-tech giapponesi, statunitensi, tedesche e tante altre ancora. Ha sede a Prato, la Piacenti, la città toscana dell’immigrazione, diventata suo malgrado il simbolo dell’assalto cinese al lavoro italiano.

 

E’ una gran bella notizia. Anche perché, andando a guardare nel carnet lavorativo di questa impresa specializzata nel restauro di tesori dell’umanità e ai più sconosciuta, saltano fuori altre conquiste, altri traguardi. Non è questo un articolo che vuole glorificare un’azienda; queste poche righe vogliono solo dimostrare che il made in Italy (terzo brand dopo Coca Cola e Visa più conosciuto al mondo) ha ancora un potenziale straordinario che purtroppo non sappiamo sfruttare e valorizzare.

Il restauro complessivo della Basilica della Natività non è solo un business milionario e la dimostrazione che la tecnica e la tecnologia italiana possono essere all’avanguardia (nel restauro del tetto, per esempio, sarà utilizzato un particolare sistema antisismico di catene di contenimento e ogni millimetro richiederà un lavoro da certosino), ma un intervento meraviglioso davanti agli occhi dell’umanità, credente e non credente. Quel tempio della Cisgiordania, a poca distanza dal muro terribile che divide Gerusalemme dalla Palestina, è un simbolo universale. Miracoloso. Anche l’ateo si commuove davanti alla stella sul pavimento che indica il punto esatto dove è nato Gesù. Poco importa se la realtà storica può essere un’altra, la veridicità dell’animo umano (che parla il linguaggio del cuore) non ha luoghi né confini e neppure limes religiosi, ideologici, culturali, filosofici. Sembra vivere, spesso inascoltata, in quell’Iperuranio della coscienza. Non si vede, ma c’è.

Durante la cerimonia d’assegnazione dei lavori alla società pratese, il console generale a Gerusalemme, Davide La Cecilia, ha ricordato che complessivamente il restauro della Basilica della Natività sarà tutto italiano. Già, perché (buona notizia nella buona notizia) è stata un’associazione d’imprese italiane (Consorzio Ferrara Ricerche, il Cnr-Ivalsa, l’Università di Napoli, l’Università di Siena e la Sapienza di Roma) che nel 2010 ha realizzato gli studi preliminari e le verifiche strutturali. Tra qualche tempo, chi andrà o tornerà alla Basilica dopo aver passato il muro delle divisioni, avrà una ragione in più d’essere orgogliosamente italiano. E chissà, forse la smetterà di piangersi addosso.

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