Non è da tutti poter scrivere “Nativity Church” sulla lavagna di uno scavo archeologico: «Mentre scrivevo mi ha percorso un brivido, mi tremavano i polsi. Quella basilica è un luogo incredibile che prescinde da qualsiasi credo religioso. Poterlo indagare è l’occasione di una vita». A parlare è l’archeologo Alessandro Fichera, supervisore dello scavo appena concluso sul tetto del nartece della Basilica di Betlemme (il primo in Basilica dopo oltre 50 anni), e dei lavori di restauro avviati un anno fa: i primi grandi restauri dopo quelli dei veneziani nel Quattrocento. Lavori che non termineranno presto: chi sperava di vedere già questo Natale la Basilica libera dai ponteggi, dovrà attendere ancora. Il restauro del tetto si terminerà per tempo, quel restauro così necessario da spingere l’Autorità nazionale palestinese a mobilitare risorse economiche e tecniche da tutto il mondo per eseguirlo al più presto: i legni delle capriate erano preda delle termiti e soggetti a continue infiltrazioni d’acqua, e potevano crollare in ogni momento. Mentre però i lavori avanzavano, ci si è accorti che le murature stesse dovevano essere restaurate come pure i mosaici e gli affreschi, le finestre dovevano essere sostituite, e molti legni intarsiati avevano bisogno di manutenzione come la splendida Porta armena che conduce dal nartece alla Basilica stessa.
Così i lavori continuano, affidati alla stessa ditta Piacenti di Prato che ha vinto la gara internazionale nel 2013. Fichera fa parte invece del team che ha realizzato lo studio preliminare ai restauri, sempre a seguito di gara bandita nel 2009, e che ora supervisiona i lavori. Coordinati da Claudio Alessandri del Consorzio Ferrara ricerche, ne fanno parte storici dell’arte e restauratori dell’Università La Sapienza di Roma per lo studio dei mosaici e degli affreschi, tecnici del Cnr Ivalsa per lo studio e la datazione dei legni, ingegneri del consorzio Benecom per l’analisi della staticità dell’edificio, e il gruppo dell’Università di Siena per l’analisi archeologico-architettonica, a cui fa capo Fichera. Lui conosce bene le architetture medievali: le ha indagate in ogni particolare, dai modi di sbozzare le pietre alle malte utilizzate, e di recente alla rocca di San Silvestro (Li) ha voluto anche provare a costruire una casa con le stesse tecniche usate nel Medioevo, per sperimentare lui stesso l’opera dei muratori di allora.
Il team senese – composto anche da Giovanna Bianchi, Stefano Campana e Michele Bacci – ha dunque indagato le murature della chiesa come se fossero una stratigrafia archeologica, cercando di riconoscere in ogni punto le tecniche di lavorazione dei blocchi di pietra e gli strumenti utilizzati. E così facendo ha scoperto che tutti i muri dell’edificio, dalle grotte fino al tetto, sono stati realizzati nella seconda metà del VI Secolo dopo Cristo, il secolo dell’imperatore Giustiniano, usando le stesse tecniche e i medesimi strumenti. Quel che vediamo oggi è dunque il frutto di un processo costruttivo unitario antico che non ha subito col tempo sostanziali modifiche. Conclusione confermata anche dalle analisi dendrocronologiche e al radiocarbonio effettuate sulle trabeazioni in legno poste sopra le colonne tra le navate.
Così si è trovata finalmente una risposta, basata su metodi di analisi oggettivi, alle domande che da tempo storici e storici dell’arte, architetti e archeologi si pongono sulla datazione delle architetture della Basilica e le sue fasi costruttive. Perché è vero che i Crociati hanno inserito la Basilica in un grande complesso fortificato, ma hanno apportato solo minime modifiche alla sua struttura come la chiusura delle porte, i restauri del tetto, le decorazioni interne. «Ed è proprio questo a rendere la Basilica così speciale», continua Fichera. «Neppure al Santo Sepolcro di Gerusalemme regna la stessa atmosfera, perché vi è rimasto poco o nulla della costruzione originaria».
E più i restauri procedono e mettono a nudo le strutture della Basilica, più rivelano particolari sorprendenti. Come i molti dettagli della costruzione del tetto, dagli alloggi nella muratura per le travi in legno alle nove tonnellate di chiodi utilizzati. E ora rimessi tutti in opera. Perché il restauro che la ditta Piacenti sta eseguendo, è innanzitutto un lavoro conoscitivo per poter poi ricostruire tutto con gli stessi metodi e materiali antichi, o il più possibile simili a essi. Per le travi del tetto, per esempio, si sono scelti i legni più vicini a quei cedri del Libano che oggi non esistono più. Protetti da lana anziché dall’originaria argilla perché crea un sistema d’areazione capace di asciugare eventuali infiltrazioni d’acqua, e poi dal medesimo piombo usato già dai veneziani. E se molti materiali sono stati issati sul tetto con una grande gru, per altri si è dovuto invece fare a mano come un tempo.
Nessuno però si aspettava di poter eseguire in Basilica anche un vero e proprio scavo archeologico. Ma non si potevano lasciare le volte del nartece puntellate, e la facciata cadente. E per progettare l’intervento su facciata e volte, si è dovuto scavare dal tetto il loro riempimento. Lo scavo è iniziato ad agosto e i relativi studi sono ancora in corso. Si è già capito però, dalle ceramiche trovate nelle murature, che le volte sono di epoca crociata, e che i materiali trovati nel riempimento permetteranno di ricostruire la storia dei vari restauri fino a quello dei veneziani.

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